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L’effetto Bce supporta anche Wall Street ma torna la cautela alla fine della settimana

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Venerdì gli indici di Borsa americani hanno oscillato intorno alla parità per gran parte della seduta per poi virare con decisione al ribasso nell’ultima ora di scambi, almeno il Dow Jones e lo S&P 500, dopo quattro rialzi consecutivi e un bilancio settimanale positivo.
L’attesa per l’esito delle elezioni in Grecia questo fine settimana ha contribuito al nervosismo, insieme ad alcune trimestrali meno positive del previsto. Il gigante delle spedizioni UPS, considerato un indicatore dell’economia, visto che opera in diversi settori, ha pubblicato risultati deludenti ed ha anche comunicato previsioni per l’anno in corso meno rosee di quelle elaborate dagli analisti.
Ancora presente sui mercati l’effetto delle decisione della Bce, con l’euro che e’ scivolato sui minimi di 11 anni ed e’ sceso brevemente sotto $1,12. La parità tra euro e dollaro sembra avvicinarsi, una sorpresa per Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che si aspettava una discesa meno repentina della moneta unica. Peter evidenzia che dall’ultimo intervento del Segretario al Tesoro Jack Lew, a supporto del dollaro forte, emerge la possibilità di un ritorno alla politica degli anni 90 dell’era Clinton per un super dollaro, anche come strumento politico.

Per quanto riguarda il QE della Bce, Peter ricorda che per vedere i primi risultati tangibili ci vorranno almeno 6-8 mesi ma nell’immediato funzionerà per far tornare fiducia sui mercati, che in Europa mancava da tempo. La produzione industriale tornerà  a crescere nei prossimi mesi e Peter spera di vedere presto anche i primi risultati nella lotta alla deflazione. Tutto dipenderà dal prezzo del petrolio, se continuerà a scendere sarà difficile combattere la deflazione e sarà un problema non solo per l’Europa ma anche per altre aree del mondo.

 

I dati economici pubblicati venerdì sono risultati ancora contrastanti, in linea con quanto visto nelle ultime settimane. La debolezza evidenziata dai recenti dati potrebbe apparire chiara nella prima rilevazione del Pil del quarto trimestre in arrivo in settimana. Secondo Peter l’economia americana e’ cresciuta ad un ritmo inferiore al 4%, tra il 3,5% e il 3,75%. Tuttavia ancora un’espansione robusta ma non accompagnata da inflazione, che darà quindi spazio alla Federal Reserve che potrà essere ancora paziente e aspettare per intervenire sui tassi di interesse. Attesa che sarà giustificata non solo dalla crescita Usa ma dalle prospettive di inflazione a livello globale, sottolinea Peter.

Oltre ai dati sul Pil, a dominare la settimana saranno anche le eventuali indicazioni e i commenti che arriveranno dalla riunione del FOMC. In realtà Peter non si aspetta molto dall’evento, sarà un nulla di fatto con la Fed che non indicherà la possibilità di un aumento dei tassi di interesse nel periodo aprile-giugno e quindi lascerà ancora un punto interrogativo sui mercati. Peter conferma le sua aspettative per un aumento del costo del denaro non prima del terzo trimestre di quest’anno.

 

Wall Street aspetta la decisione della Bce dopo la sorpresa svizzera

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Il recupero di venerdì ha aiutato gli ndici di Borsa americani ad interrompere la sequenza di ribassi che durava da cinque sedute ma non e’ riuscito ad evitare una chiusura settimanale negativa, la quarta consecutiva. La settimana e’ stata dominata da alcuni fattori in particolare come le oscillazioni del prezzo del petrolio, dai timori di deflazione globale e soprattutto dalla decisione a sorpresa della banca centrale svizzera di eliminare dopo tre anni il tetto al cambio con l’euro. Con l’avvicinarsi del quantitative easing da parte della Bce sarebbe stato impossibile sostenere un livello accettabile contro l’euro, sottolinea Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital. Che ritiene che la sorpresa svizzera possa essere di fatto l’anticipazione dell’arrivo del QE europeo, e si aspetta quindi l’annuncio questa settimana di un programma da $150 miliardi. Peter tuttavia ricorda che il quantitative easing, come dimostra anche l’applicazione qui negli Stati Uniti, non e’ un ingrediente miracoloso per l’economia almeno nel breve periodo. L’euro e’ diretto verso la parità – anche se non prima del terzo trimestre – con conseguente aumento delle esportazioni europee, ma anche se la deflazione tiene bassi i prezzi, senza occupazione e senza aumento dei salari non vedremo un aumento dei consumi, sottolinea Peter.

Un intervento da parte della Bce sembra quindi scontato ampiamente dal mercato e la vera sorpresa sarebbe solo un nulla di fatto. Saranno quindi, in mancanza di sorprese, soprattutto i risultati trimestrali a guidare la direzione dei listini azionari nel corso della settimana secondo Peter.

Energia ancora sotto pressione a Wall Street in attesa delle trimestrali

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Subito dopo una partenza al rialzo gli indici di borsa americani sono passati in territorio negativo e il Dow Jones, prima di recuperare, perdeva circa 140 punti. La continua discesa del prezzo del petrolio, oggi sotto i 47 dollari il barile, e’ uno dei motivi della debolezza dei listini, sottolinea Kenny Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Goldman Sachs ha ridotto le previsioni sul prezzo del petrolio per l’anno in corso portandole a $47,15 da $73,75 il barile ed ha indicato che un greggio a quota $40 avrà le conseguenze negative sull’industria petrolifera statunitense su cui conta l’Opec. Kenny tuttavia pensa che la debolezza sui mercati sia dovuta anche alla cautela da parte degli investitori che hanno avuto il fine settimana per digerire i dati sul mercato del lavoro e realizzare che la mancata crescita dei salari compensa, almeno in parte, la sorpresa positiva della creazione di nuovi posti di lavoro e ci ricorda ancora la debolezza sottostante dell’occupazione statunitense. Non necessariamente indicativa di un rallentamento economico ma che mette in dubbio la percezione di un recupero del mercato del lavoro, almeno al ritmo auspicato dall’amministrazione americana. La qualità dei posti di lavoro creati e’ ancora un problema, dice Kenny, e continuerà ad esserlo soprattutto perché quest’anno entra in vigore per le imprese l’obbligo, previsto da Obamacare, di fornire l’assicurazione sanitaria a tutti i dipendenti full time. Un fattore che porta le aziende a creare posti di lavoro part time per eliminare i costi legati alla copertura sanitaria, sottolinea Kenny.

Non e’ bastato quindi agli investitori guardare all’Europa dove continuano le speculazioni relative alle operazioni che la Bce lancerà alla fine del mese. Qui negli Stati Uniti il consenso sembra essere per un possibile aumento dei tassi di interesse da parte della Fed nel corso in estate, nonostante ci sia ancora chi sconti un intervento in primavera. Kenny nota la reazione del mercato della settimana scorsa dopo le dichiarazioni di Evans della Fed di Chicago – relative ad uno scenario ideale di tassi di interesse fermi fino al prossimo anno – molto seguite perché lo stesso Evans e’ percepito come uno dei leader all’interno della banca centrale americana. Kenny non crede che la deflazione sia un pericolo imminente per gli Stati Uniti ma senza dubbio se continueremo a vedere dati economici contrastanti e debolezza nell’andamento dei prezzi allora la Federal Reserve prendere con molta cautela le proprie decisioni e Janet Yellen si rileverà molto paziente nel prendere posizioni sui tassi di interesse.

Vedremo probabilmente cautela sull’azionario intanto nelle prossime sedute prima di entrare nel vivo della stagione degli utili. Che anche Kenny stima che sarà in linea con le attese, che ormai scontano gli effetti del dollaro forte e dei ribassi del greggio, e le uniche sorprese potranno arrivare dalle previsioni delle società per i prossimi trimestri soprattutto in base all’andamento delle economie in Europa e in Cina. L’effetto del greggio meno caro sarà chiaramente benefico per le società che operano nei settori industriale, trasporti, aerolinee e consumi e negativo per le società energetiche. Kenny tuttavia ricorda come gli economisti e i responsabili delle strategie avessero definito negativo per l’economia il greggio sui 110 dollari il barile e come stiano confermando adesso la stessa tesi con un petrolio sotto i 50 dollari. Kenny pensa che il petrolio sui livelli attuali sia positivo su tutti i fronti per l’economia americana, dato che l’impatto negativo e’ per ora chiaro solo sul settore energetico che nel corso del 2015 verra’ investito da una fase di consolidamento.

Petrolio, calo dei salari e timori terrorismo hanno determinato la direzione dell’azionario USA

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E’ stata una settimana volatile per gli indici di Borsa americani che si e’ conclusa con un movimento al ribasso per via di diversi motivi tra cui ancora il calo del prezzo del petrolio, i timori legati al terrorismo e la flessione dei salari che e’ emersa dai dati sul mercato del lavoro del Governo.
I numeri relativi ai salari hanno quindi eclissato almeno in parte l’effetto della creazione di occupazione superiore alle attese e del calo del tasso di disoccupazione. Calo ancora una volta legato al tasso di partecipazione che ha toccato in dicembre i minimi di 37 anni.
Una dinamica che non preoccupa molto Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che sottolinea come la partecipazione sia mancata durate tutta la fase di recupero dell’occupazione perché e’ cambiata la struttura del mercato del lavoro americano con alcuni posti di lavoro persi per sempre. Non sono convinta che sia solo questo il motivo del calo del tasso di partecipazione dato che e’ anche vero che, se alcuni posti sono andati perduti per via dell’avanzamento tecnologico, altri sono stati creati in nuovi settori dell’economia – vedi Internet e biotech. La mancanza di un aumento dei salari ha preoccupato il mercato perché indica che l’inflazione resterà ancora sotto l’obiettivo della Federal Reserve.

La deflazione, secondo Peter, sarà il tema dominante sui mercati per i primi trimestri di quest’anno. Delfazione che e’ già arrivata in Europa e si teme un contagio a livello globale. Peter sottolinea come la preoccupazione sui mercati statunitensi non sia più legata i fondamentali economici ma al pericolo deflazione nel Paese.
Ha ragione Peter, sentiremo parlare di deflazione tante volte nei prossimi mesi e il primo importante riferimento arriverà dalla Bce che il 22 gennaio potrebbe annunciare il tanto atteso (dal mercato) piano di acquisto di asset che secondo speculazioni potrebbe essere intorno ai 500 miliardi di euro.
Qui negli Stati Uniti secondo Peter la Fed non aspettera’ ad intervenire sui tassi di interesse oltre il terzo trimestre perché l’economia continua a recuperare ad un ritmo regolare. Peter quindi non concorda con il Presidente della Federal Reserve di Chicago Charles Evans che ha recente auspicato un primo intervento non prima del 2016 proprio perché l’inflazione resterà inferiore all’obiettivo della stessa banca centrale americana fino al 2018.

La discesa del prezzo del petrolio, che per adesso non sembra fermarsi, complica ulteriormente la situazione. Peter e’ rimasto sorpreso dal movimento del greggio che, secondo le sue previsioni, si sarebbe dovuto fermare tra i $55 e i$60. Una discesa non giustificata dai fondamentali, aggiunge Peter, ma di natura esclusivamente politica, che si arresterà presto e lascerà spazio ad un recupero. Peter esclude quindi una flessione al di sotto dei $40 e senza dubbio non stima il raggiungimento dei $15 come ipotizzato invece da alcuni analisti.

La prossima settimana inizia ufficialmente la stagione di trimestrali che non entrerà nel vivo fino a quella successiva. Attenzione all’effetto del dollaro forte e del calo del petrolio sui conti ma soprattutto attenzione ad eventuali riferimenti alla difficile situazione in Europa da parte di amministratori delegati e direttori finanziari delle grandi multinazionali americane. Peter si aspetta una stagione di trimestrali ancora moderatamente positiva e sconta possibili delusioni da parte delle multinazionali per via dell’effetto dollaro forte. Il mercato tuttavia, conclude Peter, potrebbe non mostrare grosse reazioni alle trimestrali perché concentrato sul prossimo importante evento: la decisione della Bce del 22 gennaio.

 

La Grecia torna a spaventare i mercati e il Dow Jones perde oltre 300 punti

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Il petrolio scende sotto i $50 il barile per la prima volta in cinque anni e mezzo e trascina al ribasso il settore energetico e l’intero S&P 500. L’indice e’ in calo per la quarta seduta consecutiva – non accadeva da 13 mesi – e l’indice VIX della volatilità’ si apprezza del 20% fino ai massimi dal 17 dicembre scorso. Un inizio d’anno negativo che sembra dominato non solo dai ribassi del greggio ma anche dai rinnovati timori per il futuro dell’Europa con il mercato che teme di nuovo l’uscita della Grecia dall’Unione e l’euro che reagisce toccando i minimi di quasi nove anni.
Tensione sui mercati quindi, accentuata anche dalle attese per l’inizio della stagione di trimestrali la prossima settimana, come sottolinea Kenneth Polcari, Direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Gli analisti hanno già’ rivisto al ribasso le previsioni sugli utili adeguandole al movimento al rialzo del dollaro ma, dice Kenny, eventuali indicazioni in arrivo dagli amministratori delegati o dai direttori finanziari delle multinazionali su un eventuale impatto della situazione economica difficile in Europa potranno fare la differenza sui mercati.
Tanta anticipazione anche per l’attesa decisione della Bce a fine gennaio. Kenny ricorda le conversazioni tra gli operatori alla fine dell’anno in previsione di un intervento decisivo da parte della Bce che poi non si e’ mai materializzato ed ha provocato delusione sui mercati e poi un recupero. Mario Draghi ha infatti parlato di un intervento in gennaio e le speculazioni sulla tipologia dell’intervento stesso ha stabilizzato i mercati. Kenny tuttavia aggiunge che il peggioramento della situazione economica in Europa e la minaccia di un abbandono da parte della Grecia potrebbero rendere più’ difficile una decisione da parte della Bce o quantomeno potrebbero rendere meno efficace un intervento anche se aggressivo. Paure che si notano oggi sui mercati europei e di conseguenza anche su quelli statunitensi.

Qui negli Stati Uniti invece il mercato si prepara ad una crescita economica meno marcata negli ultimi tre mesi del 2014 rispetto al terzo trimestre. Verranno a mancare dal Pil gli ingenti investimenti in difesa da parte del Governo, riscontrati nel terzo trimestre, e l’atteso rallentamento dell’accumulo di scorte da parte elle aziende. Fattori che portano alcuni economisti a prevedere un Pil al 2%. Kenny si aspetta una crescita tra il 2,5% e il 3% ma se i dati dovessero mostrare un’espansione meno marcata potremmo notare un’altra ondata di risk off sul mercato con gli investitori che dovranno riadattarsi alle nuove stime. Il primo trimestre del 2015 sarà’ invece cruciale per i mercati non solo per via della decisione della Bce in gennaio ma anche per la riunione di marzo della Fed da cui potrebbero arrivare concrete indicazioni sul livello dei tassi di interesse.

Concentriamoci per ora sulle prime cinque sedute dell’anno che potrebbero determinare, secondo la teoria del “January Effect”, la direzione del mercato per il resto dell’anno, almeno se saranno confermate alla fine del mese. Se entro fine gennaio riusciremo a recuperare le perdite accumulate fino a questo momento allora il 2015 poitrebbe concludersi con un guadagno tra l’8% e il 10% secondo Kenny.

Questa settimana attenzione ai dati sul mercato del lavoro che arriveranno tra mercoledì (ADP) e venerdì (non-farm payroll) e potrebbero confermare ancora una volta una crescita di occupazione superiore alle 200 mila unita’. Un andamento positivo ma ad un certo punto sarà necessaria una creazione di circa 300 mila occupati ogni mese per riportare fiducia nell’economia nel 2015, sottolinea Kenny.

Recupero di fine anno per Wall Street..aspettando gennaio e la decisione della Bce

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Continua la fase di guadagni per la Borsa americana con i listini che hanno registrato la settimana scorsa le migliori tre sedute consecutive dal 2011, con un incremento del 5%. C’e’ chi parla di Santa Claus rally e secondo Kenneth Polcari, Direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, si tratta in parte anche della realizzazione che la situazione economica statunitense non stia cambiando, nonostante la flessione dei prezzi del petrolio, e che le banche centrali a livello globale sosterranno la crescita ancora per i prossimi mesi. Una realizzazione che ha quindi spinto gli indici a trovare un minimo da cui risalire con decisione e l’anno per la Borsa Usa, dice Kenny, terminerà positivamente con i listini sugli attuali livelli.

A dominare i mercati negli ultimi mesi, e probabilmente anche nei prossimi, sono le notizie relative alle oscillazioni del prezzo del petrolio. Dall’Arabia Saudita nel fine settimana sono arrivati riferimenti chiari ai Paesi produttori non-OPEC come la causa principale dei ribassi del prezzo del petrolio. Un movimento non del tutto negativo per gli Stati Uniti, Kenny cita un reportage della rivista Barron’s sulle nuove opportunità che si sono venute a creare per il settore energetico statunitense che sarà nel 2015 investito da una fase di operazioni di fusioni e acquisizioni sia a livello regionale che nazionale.

Il primo trimestre dell’anno sarà’ positivo secondo Kenny, che si aspetta un intervento da parte della Bce agli inizi di gennaio. Se Mario Draghi tuttavia non comunicherà niente di concreto allora vedremo tornare sui mercati nervosismo, volatilità e perdite, in particolare per quelli europei con conseguente spostamento di interesse verso il mercato americano. Quindi Kenny sottolinea che se la Bce decidesse di non agire ancora, la situazione sarebbe negativa per l’Europa e non necessariamente anche per gli Stati Uniti.

Superato lo scoglio Bce, secondo Kenny il mercato tornerà a focalizzare la propria attenzione sulla tempistica di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve. Kenny conferma le sue aspettative per un aumento dei tassi non prima dell’estate, visto che non ci sono i motivi per la Fed per agire prima. Quindi il mercato tornerà lentamente a concentrarsi sui fondamentali con conseguente aumento, almeno all’inizio, della volatilità, e poi un’adeguamento alla nuova realtà dopo anni di stimoli che porterà il 2015 a terminare con un guadagno tra il 10% e il 12%.

Buon Natale e Buon Anno a tutti!

Effetto Giappone e debolezza small cap influenzano Wall Street ad inizio settimana

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Le notizie giunte dal Giappone hanno colto il mercato di sorpresa, la contrazione del Pil per il secondo trimestre consecutivo porta il Paese in recessione e sorprende gli economisti che si aspettavano nel terzo trimestre un’espansione superiore al 2%. I mercati asiatici sono stati i primi a reagire e abbiamo visto ribassi anche in Europa e debolezza qui negli Stati Uniti dove le notizie di operazioni societarie non riescono a dare una spinta decisa ai listini.
Kenny Polcari, Direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, sottolinea che questa ultime indicazioni dimostrano che il recupero globale e’ ancora a rischio e che il mercato adesso si aspetta un nuovo intervento dalla Banca del Giappone mentre spera in un’azione decisa dalla Bce in Europa. Questa settimana l’attenzione degli investitori si concentrerà sui dati in cerca della conferma di un recupero lento seppur costante. Avremo i numeri relativi ad inflazione, attività manifatturiera, mercato immobiliare.

Il calo del prezzo del petrolio continua, Kenny lo definisce uno stimolo per tutti. Dai consumi ai trasporti – vedi le aerolinee – anche se resta meno positivo per le società che operano nel settore energetico. Che pero’ sta creando consolidamento in alcune aree, come nel caso della combinazione tra Hulliburton e Baker Hughes, accolta con favore dal mercato con gli investitori in cerca di nuove opportunità.
Kenny prevede in futuro trattative tra le diverse aziende del settore che dovranno adattarsi alla nuova dinamica globale di domanda e offerta, al ruolo degli Stati Uniti e al prezzo del petrolio – che potremmo vedere su questi livelli per un lungo periodo. Tuttavia Kenny si aspetta un intervento dall’Opec, pensa che il cartello si ritroverà’ costretto ad intervenire sulla produzione per facilitare l’aumento dei prezzi.

Anche questa settimana, come quella scorsa, gli indici potrebbero muoversi entro una banda di oscillazione molto limitata, mi dice Kenny, che non esclude nelle prossime settimane un ritracciamento seguito da un recupero che poterà lo S&P 500 a finire l’anno tra 2025 e 2050. Si tratterebbe di un guadagno tra l’11% e il 12% rispetto al 2013, un ritorno alla normalità, sottolinea Kenny.

A Wall Street continua la corsa, presto lo S&P 500 a 2050 e poi 2100 a fine anno?

The Taoiseach (Irish Prime Minister) Enda Kenny rings the Opening bell at the New York Stock Exchange on November 14, 2014 in New York City. (Photo by Ben Hider/NYSE)

Quarta settimana consecutiva di guadagni per i listini azionari americani anche se le ultime cinque sedute sono state supportate dai volumi più bassi degli ultimi due mesi e si sono registrati i movimenti più contenuti dal 1979, con aumenti e perdite dello 0,1% per quattro sedute consecutive. Poca convinzione? Pochi motivi per continuare a guadagnare?
Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, pensa che la corsa continuera’, lo S&P 500 si sta avvicinando ai 2050 e chiudera’ l’anno a 2100. Per Peter pero’ la vera sorpresa del 2014 sara’ il Nasdaq che si avvia a toccare i massimi di 14 anni e al di sopra dei 5 mila punti.
La spinta 14 anni fa era arrivata dal boom delle dot com, questa volta il movimento sarà invece sostenuto dai fondamentali, da un nuovo gruppo di giganti tecnologici che hanno confermato la propria esistenza con forti utili, secondo Peter.

Siamo a poche settimane dall’inizio della stagione degli acquisti natalizi, molto importante per il settore della grande distribuzione e per l’intera economia del Paese – che si basa per tre quarti proprio sui consumi. Sara’ una stagione positiva secondo Peter, viste le indicazioni arrivate dagli ultimi dati sulle vendite al dettaglio che hanno mostrato un aumento superiore alle attese e, soprattutto, non alimentato dalla domanda di auto ma dall’effetto del calo del costo della benzina che permette agli americani di spendere di più nei negozi. La componente delle spese per consumo contribuirà significativamente al Pil del quarto trimestre, mi dice Peter, che si aspetta una crescita nel periodo al 3% perché gli Stati Uniti subiranno poco l’impatto del rallentamento globale. Gli ultimi dati arrivati dall’Europa confermano che la situazione resta ancora tesa con la crescita ancora stagnante e il problema deflazione sempre più insistente, soprattutto dopo il calo del prezzo del petrolio. Per Peter quindi un’azione aggressiva da parte della Bce e’ scontata e non e’ da escludere l’introduzione di eurobonds.
Qui negli Stati Uniti la flessione del prezzo del petrolio lascerà spazio di manovra alla Federal Reserve che potrebbe quindi lasciare i tassi fermi fino ad oltre la meta’ del 2015.

Anche la prossima settimana sara’ tranquilla probabilmente e gli indici si muoveranno ancora in un trading range limitato, mi dice Peter. I dati economici in arrivo forniranno indicazioni sul mercato immobiliare, sulla produzione industriale e sulla direzione economica nei prossimi 3-6 mesi (il super indice). Tutti numeri che secondo Peter confermeranno che l’economia cresce ad un ritmo sufficiente da sostenere i guadagni dell’azionario.

Cautela a Wall Street in attesa delle elezioni di midterm

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Dopo i nuovi massimi toccati venerdì e i guadagni delle ultime due settimane, gli operatori si prendono una pausa, a l’inizio di una settimana densa di indicazioni importanti.Non e’ una sorpresa, secondo Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, e i bassi volumi indicano una fase di riflessione per gli investitori che sono passati in poco tempo da un mercato ansioso ad uno entusiasta. Entusiasmo innescato dall’intervento a sorpresa della Banca del Giappone di venerdì che ha sostenuto i guadagni prima in Asia poi in Europa e poi negli Stati Uniti. Intervento quindi accolto con favore, liquidità e’ sempre la benvenuta dai mercati, che sia in dollari, in euro o in yen, sottolinea Kenny. Che ricorda che dopo la decisione della Banca del Giappone gli operatori sono tornati a speculare su come interverrà la Bce per stimolare l’economia. Subito dopo l’annuncio della BOJ lo yen si e’ deprezzato – con conseguente apprezzamento del dollaro – e i prezzi di greggio e oro sono tornati a scendere, tutti fattori in grado di aiutare l’economia nipponica. Se la Bce farà lo stesso, sottolinea Kenny, il dollaro si apprezzerà ancora. Un potenziale problema per gli Stati Uniti perché il biglietto verde si apprezza per le ragioni sbagliate e non per il netto rafforzamento dell’economia americana.

Ma la cautela presente oggi sui mercati e’ da attribuire alle attese per le elezioni di domani per il rinnovo della Camera dei Rappresentati e di parte del Senato. Secondo i sondaggi i repubblicani potrebbero conquistare il controllo del Congresso, rafforzando la propria maggioranza alla Camera e strappando, seppur con un margine minimo, il Senato ai democratici.
Fattore che porterebbe quindi ad un cambiamento degli equilibri a Washington e muterebbe le dinamiche tra Casa Bianca e Congresso nelle decisioni su temi cari a Wall Street come la riforma del sistema fiscale. Non necessariamente un cambiamento negativo o controproducente secondo Kenny dato che il Presidente Obama, agli ultimi due anni del suoi mandato, potrebbe decidere di optare per i compromessi e abbandonare le battaglie per poter poi lasciare la Casa Bianca con risultati importanti in tasca. E’ chiaro che per il momento Wall Street sconti una vittoria dei repubblicani, e non e’ la sola, e spera soprattutto in un risultato decisivo dall’inizio quindi senza l’ambiguità che porterebbe forte volatilità’ sui mercati.

Per il momento comunque non ci sono grandi ragioni per estendere i guadagni che hanno portato venerdì a nuovi massimi. Le elezioni saranno al centro dell’attenzione questa settimana ed eclisseranno almeno in parte eventuali reazioni ai dati economici – sempre molto attesi quelli sull’occupazione, in arrivo venerdì in grado di innescare il dibattito sulla validità della decisione della Fed di interrompere il QE e sulla tempistica di un aumento dei tassi di interesse. Kenny e’ ancora convinto che non vedremo alcun ritocco al costo del denaro fino all’autunno del 2015.
Attenzione quindi nei prossimi giorni alla reazione dei listini al risultato elettorale. Se non sarà chiaro e decisivo lo S&P 500 potrebbe tornare a testare i 2000 punti – numero tondo e quindi soglia psicologica – anche se il vero supporto tecnico e’ 1975, più realistico. Se invece i risultati elettorali non saranno ambigui lo S&P 500 potrebbe tornare a testare i 2020 e, soprattutto in caso di dati economici positivi, continuare a salire. L’anno si concluderà sui livelli attuali secondo Kenny, un guadagno di oltre il 10%, quindi un ritorno alla normalità per l’indice dopo il boom del 2013.

Siamo alla fine del QE3. La Fed ottimista su occupazione e inflazione

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La Fed ha confermato, mette fine al piano di riacquisto di bond dal mercato, il QE3 terminera’ il primo nvembre quando la Fed acquistera’ gli ultimi titoli per 15 miliardi di dollari.
Il quadro di inflazione e di occupazione cambia leggermente per la banca centrale americana e il rinnovato ottimismo, nonostante il rallentamento globale, preoccupa gli operatori.

I problemi di sottoutilizzo nell’occupazione stanno diminuendo (singificativo cambaiemnto nelle parole del comunicato rispetto a settembre) e il recente calo dei prezzi potrebbe essere solo tempraneo perche’ innescato dal calo dei costi energetici.
Quindi le prospettive di miglioramento dell’occupazione rassicurano, come la conferma degli obiettivi di inflazione, segnalano che la Fed potrebbe alzare i tassi prima del previsto?
Tuttavia resta invariato nel comunicato il riferimento a tassi sui livelli attuali per un periodo di tempo considerevole.
Niente piu’ liquidita’ in arrivo dalla Fed, e ora il mercato si concentra sulla tenpistica del’aumento dei tassi di interesse. La volatitlita’ delle ultime settimane aveva innescato speculazioni su una possible estensione degli stimoli ma non e’ successo.
Non e’ sorpreso Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, a sua volta ottimista sullo stato dell’economia. Peter prevede che il Pil nel terzo trimestre sara’ più basso rispetto al secondo trimestre ma la crescita sarà’ al 2,75%, abbastanza robusta e guidata da tutti i maggiori comparti dell’economia americana.

Per quanto riguarda il mercato Peter osserva che siamo vicini a nuovi massimi ma il mercato resta ancora sopravvalutato in termini tecnici. Una fase di ritracciamento sarebbe quindi utile e salutare per il mercato, conclude Peter, che si aspetta ancora per fine anno uno S&P 500 tra 2050 e 2100.