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Il dollaro determina ancora la direzione dell’azionario in attesa dei dati economici in arrivo in settimana

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E’ ancora una volta il dollaro a determinare la direzione dei listini di Borsa americani, che sfiorano i massimi all’inizio di una settimana povera di spunti, salvo qualche dato economico di rilievo.
La valuta statunitense oggi e’ tornata ad indebolirsi, il dollar index ha ceduto oltre l’1% e l’euro si e’ rafforzato fino sopra $1,08.
L’attenzione degli investitori e’ al momento rivolta verso l’Europa, in attesa di indicazioni sulla situazione Grecia, sottolinea Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, che aggiunge che il mercato non darà molto peso ai dati economici dei prossimi giorni – a meno che non deluderanno nettamente – dato che guarda già all’imminente stagione di trimestrali.
Gli analisti, come sappiamo, hanno già ridimensionato le previsioni sugli utili per effetto del dollaro forte. Se l’impatto del dollaro sui conti sarà superiore alle attese prepariamoci ad una netta correzione ma se l’impatto sarà meno marcato del previsto vedremo il mercato stabilizzarsi sugli attuali livelli, e non un rally. Fino a che non avremo chiarezza sull’impatto del dollaro quindi gli indici resteranno entro una banda di oscillazione limitata, con lo S&P 500 tra 2075 e 2115, secondo Kenny.

Oltre alla Grecia, gli investitori guarderanno anche ai diversi interventi pubblici dei membri della Federal Reserve, con il mercato che, concentrato sulla terminologia e sul messaggio della banca centrale, vuole leggere tra le righe. Kenny sottolinea che non c’e’ niente da comunicare al momento, e’ chiaro dopo la riunione della settimana scorsa che un aumento dei tassi in giugno e’ ormai escluso e che un possibile intervento in agosto-settembre, previsto dagli analisti, non e’ poi così scontato. I dati economici che arriverranno questa estate, l’impostazione dei mercati, l’andamento del dollaro, saranno tutti fattori che la Fed dovrà analizzare prima di prendere una decisione, prima di normalizzare la politica monetaria. E la reazione dei mercati, pronti o no, sarà determinante in un momento in cui il pericolo bolla riguarda diverse piazze mondiale, tutte stimolate dalla politica delle banche centrali, dato che l’economia globale non e’ ancora così solida da giustificare quei movimenti.
La prossima riunione importante della Fed e’ quella di giugno, da cui avremo qualche elemento in più sulla tempistica di un intervento. Nei prossimi mesi, se i dati economici si stabilizzeranno e mostreranno miglioramenti, allora riprenderà la conversazione sulla tempistica di un aumento del costo del denaro. Ma se il mercato non vedrà indicazioni di miglioramento dall’economia continuerà per la sua strada.

Grecia e inflazione USA al centro dell’attenzione dei mercati la prossima settimana

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Gli indici i Borsa americani hanno chiuso venerdì vicini a livelli record ed e’ stata una seduta in parte dominata dalle scadenze tecniche trimestrali che hanno portato volatilità sui mercati al termine di una settimana che ha visto i istinti muoversi alternativamente al ribasso e al rialzo.

Secondo Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, gli investitori hanno reagito alle notizie positive che sono arrivate dall’Europa con la Grecia che a giorni presenterà la lista di riforme. Il mercato poi riconosce che la Fed non alzerà a breve i tassi di interesse, probabilmente interverrà tra settembre e novembre, la possibilità di un ritocco a giugno sembra allontanarsi davvero e secondo Peter per due motivi fondamentali: non c’e’ minaccia di inflazione (piuttosto di parla di pericolo deflazione) e l’economia cresce intorno al 2,25% e la creazione di occupazione riguarda soprattutto il settore dei servizi, con bassi salari, quindi che non minacciano inflazione.
Tuttavia, secondo Peter, anche se il mercato non si aspetta un aumento dei tassi imminente non e’ da escludere una correzione tecnica nelle prossime settimane che pero’ porterà’ a buone opportunità’ per entrare sull’azionario dato che l’anno si chiuderà con un guadagno tra l’8% e il 10% dai massimi di venerdì.

L’attenzione e’ tornata a concentrarsi sul dollaro, in deprezzamento nei confronti delle altre principali valute. Venerdì il dollar index ha perso l’1,5% ed ha registrato il maggior calo settimanale dal 2011.
Peter ritiene che anche se la parita’ tra euro e dollaro e’ ancora in vista non arriverà poi così presto come si temeva solo qualche giorno fa, probabilmente a fine anno. Per adesso il dollaro ha raggiunto i massimi e nelle prossime sedute resterà entro un trading range limitato a meno che non avremo segnali di un rallentamento della ripresa in Europa. Il QE della BCE dovrebbe sostenere l’economia euro ma il recupero sarà lento e non repentino.

Il prezzo del petrolio e’ sceso in settimana sotto i $45 soprattutto, dice Peter, a causa delle nuove previsioni di Goldman Sachs che sono per un prezzo a $40 il barile. Peter pensa che resteremo sui livelli attuali ancora per un periodo fino a che non avremo un rallentamento della produzione o un intervento dell’OPEC. Peter non ritiene che scenderemo ancora, che arriveremo a $40, $30, o addirittura a $15, come ha ipotizzato il “Commodities King” Dennis Gartman – autore della newsletter Gartman Letter. Se dovesse succedere arriveremmo ad una recessione globale e Peter lo esclude.

La prossima settimana pochi i dati in calendario. Leggeremo i numeri sull’inflazione – osservati soprattutto dopo le ultime indicazioni della Fed – sul settore immobiliare, gli ordini di beni durevoli e l’ultima revisione del Pil del quarto trimestre – che Peter stima che sara’ al 2,3%. Sara’ quindi un mercato tecnico e le notizie più attese saranno quelle che arriveranno dalla Grecia.

La “pazienza” della Fed. Gli indici in rialzo in attesa del comunicato del FOMC

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La settimana si apre con rialzi sostenuti per la Borsa americana con gli indici in ripresa e il Dow Jones che avanza oltre 100 punti. I dati economici deboli arrivati questa mattina forse allontanano i timori di un aumento dei tassi a breve? E’ la teoria di Kenny Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, che spera che mercoledì la Fed finalmente elimini dal comunicato, che segue la riunione del FOMC, la promessa di essere paziente prima di normalizzare la politica monetaria, perché pensa che il mercato sia troppo – e ingiustamente – concentrato su quella promessa. L’eliminazione o la conferma della parola “patient” non implica un aumento dei tassi di interesse a breve dato che la Fed ha più volte indicato che le decisioni di politica monetaria dipenderanno dai dati economici e gli ultimi non supportano un aumento del costo del denaro. L’occupazione forse e’ su livelli auspicati dalla Fed – anche se Kenny (e non solo lui) ha i suoi dubbi – ma l’inflazione e’ ancora lontana dagli obiettivi della banca centrale. Tuttavia il mercato sa che i tassi prima o poi inizieranno a salire e la continua segnalazione dell’intenzione di farlo da parte della Fed alimenta il nervosismo. Kenny ritiene che la Fed dovrebbe agire se vuole farlo ma parlarne per troppo a lungo senza agire provoca ansia tra gli investitori.

Aspettiamoci gli indici entro una banda di oscillazione limitata nei prossimi giorni, dice Kenny, con lo S&P probabilmente bloccato tra 2040 e 2065 almeno fino a che non arriveranno indicazioni mercoledì dalla Federal Reserve e da Janet Yellen. Kenny tuttavia non si aspetta grandi sorprese, solo l’eliminazione della parola “patient” e la conferma che la Fed continuerà a prendere decisioni basandosi sui dati economici.
Se invece Janet Yellen fornirà dettagli sulla tennistica di un intervento sui tassi vedremo un rally che porterà lo S&P 500 fino a 2100 ma che non durerà a lungo dato che gli operatori, dopo sei anni di stimoli e oltre 4 mila miliardi di dollari spesi – che non hanno portato l’economia ad arrivare agli obiettivi prefissati dalla Fed – si renderanno conto che non siamo ancora arrivati alla risoluzione del problema e torneranno a guardare con scetticismo all’azionario.

Febbraio si conclude con il miglior bilancio dal 2011, il mercato potrebbe essere pronto per una frenata in marzo

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Febbraio si conclude con il miglior guadagno dal 2011 per lo S&P 500 che nelle ultime settimana e’ tornato a contrattare su livelli record. Tuttavia l’ultima sessione del mese e’ terminata con indici in calo e tanta cautela. Si aspettava un ritorno del Nasdaq a 5 mila punti a fine seduta Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che ritiene che il raggiungimento di quel livello, che non vediamo dal marzo del 2000, sia adesso ampiamente giustificato da fondamentali delle società’ che compongono il listini, contrariamente a questo era invece avvenuto nel 2000, in piena bolla internet. Il Nasdaq in realtà’ questa settimana aveva provato a raggiungere i 5 mila punti, vedremo se ci sarà abbastanza convinzione per chiudere sopra quel livello nelle prossime settimane.

I dati economici arrivati venerdì’ sono risultati ancora una volta contrastati. Il Pil e’ tornato su livelli più sostenibili, dice Peter, che non e’ rimasto sorpreso dal 2,2% della prima revisione del dato del quarto trimestre. Un netto rallentamento rispetto al 5% del trimestre precedente e rispetto alla prima rilevazione del governo, per effetto del più lento accumulo di scorte da parte delle imprese e dell’allargamento del deficit commerciale. Altri dati hanno poi mostrato gli effetti del maltempo e delle temperature più rigide della media: l’attività manifatturiera nell’area di Chicago ha registrato una contrazione. Positivi invece l’indice di fiducia dei consumatori di febbraio dell’Università del Michigan, sopra i 90 punti, e il numero di nuovi compromessi di vendita immobiliare firmati in gennaio, fino a ai massimi da agosto 2013. Questi ultimi dati in particolare confermano lo sbilancio del settore immobiliare – dopo i dati contrastanti sulle vendite di case arrivati in settimana.

Dopo la testimonianza semestrale in Congresso del Presidente della Fed Janet Yellen, il mercato sembra adesso escludere un intervento sui tassi di interesse in giugno e inizia a scontarlo più verso l’autunno. La banca centrale americana prima di decidere vuole monitorare il ritmo di crescita economica cinese e valutare se il recente movimento dell’inflazione sia solo temporaneo, sottolinea Peter. Se il petrolio resterà sui livelli attuali la Fed potrebbe essere costretta a rinviare l’aumento dei tassi di interesse a settembre o anche a dicembre, considerati anche i dati sui prezzi al consumo arrivati questa settimana che confermano l’ulteriore allontanamento dagli obiettivi della banca centrale e sempre più vicini al pericolo deflazione, nota Peter.

Inizia lunedì il mese di marzo per l’azionario americano che potrebbe risultare debole e influenzato da diversi eventi, tra cui le scadenze tecniche trimestrali, e che potrebbe concludersi secondo Peter con una flessione tra il 2% e il 4% per lo S&P 500. Si tratterebbe di un movimento soprattutto tecnico dopo la recente corsa fino a livelli record.
La prossima settimana tanti dati importanti in calendario, tra cui il Beige Book della Fed e numeri sul mercato del lavoro di febbraio. Da questi ultimi Peter si aspetta una creazione di 222-223 mila posti di lavoro e un tasso di disoccupazione invariato – numeri che quindi rifletteranno i licenziamenti effettuati dalle società che operano nel settore petrolifero.

A Wall Street indici entro una banda di oscillazione limitata fino a dopo il discorso di Yellen e risoluzione per la Grecia

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Seduta debole a Wall Street ed e’ chiara la presenza di una certa cautela tra gli operatori in attesa degli eventi di questa settimana e in attesa di conferma di una svolta in Europa per la Grecia in attesa della lista delle riforme la cui presentazione slitta a martedì.
E’ ancora la Grecia a dominare le decisioni degli operatori, mi dice Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Dopo la reazione euforica di venerdì a l’accordo raggiunto dall’UE per la Grecia, e il raggiungimento di livelli record in chiusura da parte di Dow Jones e S&P 500, il mercato ha digerito nel fine settimana le notizie e adesso aspetta la lista di riforme per la Grecia per valutare se l’accordo ci sarà davvero o no. Kenny ritiene che l’Europa non permetterà alla Grecia di uscire e Atene deciderà alla fine di non commettere un suicidio politico ed economico e acconsentirà ai termini europei.

Se la Grecia e’ il focus di oggi e’ anche perche’ gli operatori sono in attesa della testimonianza semestrale al Congresso del Presidente della Fed Janet Yellen su economia e politica monetaria e di possibili indicazioni differenti rispetto a quelle contenute nei verbali dell’ultima riunione della banca centrale pubblicati la settimana scorsa. Verbali che, dice Kenny, hanno allontanato per ora le aspettative di un intervento sui tassi di interesse in giugno, adesso forse più probabile tra agosto e settembre. E i dati contrastanti giunti la settimana scorsa hanno forse spinto le aspettative più vicino alla fine dell’anno.
Va ricordato, sottolinea Kenny, che anche un aumento molto contenuto dei tassi di interesse porterebbe ad un ulteriore rafforzamento del dollaro. Ed abbiamo già’ notato qualsi siano stati gli effetti del dollaro forte fino ad ora sui conti delle multinazionali americane. per questo motivo la Federal Reserve dovra valutare attentamente, e comunicare con precisione al mercato, non solo di quanto alzerà i tassi di interesse ma a quale ritmo continuerà a farlo. Tutto questo per evitare di spaventare in mercato che, non avendo riferimenti storici, non e’ in grado di prevedere gli effetti di una strategia di uscita della banca centrale americana.

Kenny vede come resistenza di breve periodo 2110, ovvero il livello di chiusura di venerdì. Secondo Kenny fino a che non avremo chiarezza sul futuro della Grecia e fino a dopo la testimonianza di Janet Yellen, il mercato si muoverà entro una banda di oscillazione limitata con supporto a quota 2090 per lo S&P 500.

Settimana record dai bassi volumi a Wall Street, in attesa della testimonianza di Janet Yellen

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Euro in recupero e chiusura sui massimi – e su livelli record – per l’azionario americano alla fine della settimana, grazie alla spinta arrivata dalle notizie relative ad un accordo in Europa per la Grecia che prevede la proroga di 4 mesi per gli aiuti. Il primo record dell’anno per il Dow Jones e già il terzo per lo S&P 500, movimenti tuttavia non sostenuti dai volumi, che sono risultati molto bassi per l’intera settimana. Non e’ una sorpresa, solitamente gli scambi sono limitati nei giorni che seguono il President’s Day.
Secondo Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, il mercato e’ meno preoccupato per il futuro della Grecia che per la situazione in Ucraina e per la tregua molto fragile. Peter sottolinea che sia Atene che l’Europa non vogliono un’uscita della Grecia dall’euro sia per le conseguenze per la Grecia stessa che per la pericolosa creazione di un precedente per le altre economie periferiche.

Il mercato ha quindi guardato all’estero per l’intera settimana ed ha ignorato le indicazioni economiche contrastanti giunte dagli Stati Uniti. Che, sottolinea Peter, cementano le aspettative per un intervento sui tassi in settembre o verso la fine dell’anno. Peter si aspetta un cambiamento della politica monetaria della Fed quest’anno ma non prima del terzo trimestre. Aspettative che quindi confermano ancora una volta che non c’e’ alternativa a questo mercato azionario, la stagione di trimestrali, seppur non stellare, conferma la crescita degli utili. Teoria che porta Peter a pensare che lo S&P 500 arriverà a toccare 2125-2150 già nelle prossime settimane, forse nel corso della prossima settimana, visto il numero di dati economici in arrivo e il discorso semestrale al Congresso su economia e politica monetaria del Presidente della Fed Janet Yellen.
Nel corso della testimonianza Janet Yellen ribadirà quello che la banca centrale ha già indicato negli ultimi mesi, ovvero che la Fed e’ pronta ad intervenire sul costo del denaro ma che ci sono ancora diversi problemi da affrontare, dalle tensioni geopolitiche alla Grecia, all’effetto, seppur transitorio, dell’apprezzamento del petrolio. E’ preoccupante tuttavia, sottolinea Peter, l’ancora basso livello di inflazione, come evidenziato dagli ultimi dati arrivati in settimana, soprattutto alla luce del pericolo deflazione che incombe ancora sull’Europa.
La direzione dell’Europa sarà parte integrante della decisione della Fed sui tassi. Peter ritiene che una volta che la Fed vedrà chiari segnali di recupero in Europa quest’anno – con il Pil che tornerà positivo – sarà pronta ad alzare i tassi. Quindi forse nel terzo o nel quarto trimestre, crisi geopolitiche permettendo, sottolinea ancora Peter.

Grexit meno probabile, Wall Street tenta un recupero dopo due ribassi consecutivi

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Tentano un recupero gli indici di Borsa americani dopo due sedute consecutive di ribassi. Con la stagione di trimestrali agli sgoccioli e in mancanza di dati economici importanti – almeno fino alla fine della settimana – l’attenzione degli operatori e’ tutta rivolta verso le trattative tra Europa e Grecia. Come nota Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, negli ultimi giorni gli investitori si sono preoccupati per la situazione in Grecia e non necessariamente perché ritengono che vedremo un’implosione ma perché destabilizza e riporta a galla ricordi della crisi del 2009 e del 2010.
Le recenti flessioni sono state tuttavia piuttosto contenute, un segnale che il mercato, seppur sia incerto sulle possibili conseguenze immediate di una nuova crisi, pensa che sia la Grecia che l’Europa non vogliano un’uscita del Paese dall’Unione. E se il mercato davvero ipotizzasse una Grexit sarebbe più sotto pressione al momento, sottolinea Kenny.

Preoccupazioni che quindi potrebbero compensare l’ottimismo innescato dalle operazioni della Bce e quindi riportare investimenti verso il mercato americano? Vedremo quali delle due forze emergerà, dice Kenny, se l’ottimismo per gli stimoli o la paura Grexit, in ogni caso il 2015 sarà l’anno dell’Europa, sarà la destinazione di gran parte degli investimenti. E lo vediamo già dai guadagni dell’azionario in Europa rispetto a quelli dell’azionario americano nelle prime settimane del nuovo anno.

Le notizie in arrivo dalla Grecia domineranno il mercato per il resto della settimana anche se gli operatori guarderanno con attenzione ai dati sulle vendite al dettaglio e alle richieste di sussidio di disoccupazione in arrivo nei prossimi giorni. Soprattutto dopo i dati positivi del mercato del lavoro di gennaio arrivati la settimana scorsa. Dati che non cambiano le aspettative di Kenny relative all’intervento della Fed sui tassi. Non bastano infatti ad anticipare un aumento dei tassi con l’inflazione ancora debole (e non solo negli Stati Uniti). La Federal Reserve, dice Kenny, monitorerà l’inflazione, e non solo l’occupazione, per decidere la tempistica di una revisione al rialzo del costo del denaro. Un aumento quest’anno e’ scontato arriverà pero’, secondo Kenny, solo alla fine dell’estate, in agosto, e la chiave allora per il mercato sarà se l’economia sarà davvero pronta a tassi di interesse più alti.

Quindi fino al raggiungimento di una certa stabilita’ della situazione Grecia in Europa il mercato azionario non guarderà molto ad altri fattori anche se le tensioni geopolitiche – soprattutto il peggioramento della crisi in Ucraina – potrebbero portare ulteriore pressioni.

Dopo i dati positivi sull’occupazione il prossimo focus per i mercati la testimonianza di Yellen al Congresso a fine mese

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Venerdi’ e’ stata una seduta volatile per la Borsa americana con gli indici che hanno chiuso in territorio negativo e invertito direzione nell ultime fasi di contrattazione dopo che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha ridotto la valutazione sul debito della Grecia a B- da B ed h indicato che lo terra’ sotto osservazione per ulteriore revisione al ribasso, in caso di deterioramento delle prospettive per il Paese. Una decisione che arriva dopo che la Bce in settimana ha annunciato che non accetterà più titoli di stato greci come collaterale. Indicazioni che hanno quindi eclissato quelle positive arrivate dall’economia che mostramno la tenuta del (lento) recupero del mercato del lavoro nonostante il rallentamnto economico globale.
L’economia americana ha creato il mese scorso 257 mila nuovi posti di lavoro, oltre le previsioni, e i dati relativi ai mesi di novembre e dicembre sono stati rivisti al rialzo e riflettono quindi una creazione di occupazione più marcata rispetto ai calcoli precedenti. Il tasso di disoccupazione e’ lievemente aumentato al 5,7% dal 5,6% per effetto della ritorno di molti americani disoccupati alla ricerca di un lavoro. Ma la componente del dato che ha sorpreso positivamente di più e’ quella relativa ai salari che ha mostrato un aumento dello 0,5% – in parte dovuto al ritocco al rialzo del salario minimo in circa 20 Stati. Un fattore molto positivo, commenta Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, perché indica un aumento del potere di acquisto del consumatore. Il caro dollaro inciderà quest’anno negativamente sull’attività’ manifatturiera e saranno probabilmente i consumi a sostenere la crescita economica secondo Peter. Anche se il rapporto sull’occupazione alimenta le aspettative per un aumento dei tassi di interesse da parte della Fed in giugno, Peter conferma la sua previsione per un aumento del costo del denaro in settembre o forse alla fine dell’anno perché’ nonostante l’economia americana continui a crescere, restano sotto pressione le economie di altre aree del mondo. Il pericolo deflazione si allontana negli Stati Uniti, ma resta in Asia e in Europa, e la situazione sempre più critica in Ucraina – per ora ignorata dal mercato – potrebbe diventare un fattore destabilizzante. Il prezzo del petrolio intanto e’ tornato a salire e in settimana ha guadagnato il 7,2% fermandosi venerdì $51,69 il barile. Secondo Peter il prezzo del greggio ha toccato i minimi e anche se non tornerà presto tra $70 e $80 lo vedremo tra $45 e $55, un livello che basterà a contenere l’inflazione globale.

Il dollaro non supererà molto i livelli attuali e secondo Peter il Dollar Index arriverà a 95,5, non lontano da livelli toccati recentemente, e siamo sui massimi. Nei confronti dell’euro invece Peter pensa che non scenderà al di sotto di 1,10 e non crede che vedremo la parità quest’anno.

La prossima settimana il mercato guarderà’ ad alcuni dati economici importanti, tra cui quelli sulle vendite al dettaglio, sui prezzi alla produzione e l’indice preliminare di febbraio sulla fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan. L’evento più atteso del mese sarà la presentazione semestrale su economia e politica monetaria del Presidente della Federal Reserve Janet Yellen al Congresso, la prima davanti al nuovo Congresso a maggioranza repubblicana. L’intervento e’ previsto per il 24 febbraio, davanti alla Commissione bancaria del Senato e il giorno dopo davanti alla Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti.

L’effetto Bce supporta anche Wall Street ma torna la cautela alla fine della settimana

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Venerdì gli indici di Borsa americani hanno oscillato intorno alla parità per gran parte della seduta per poi virare con decisione al ribasso nell’ultima ora di scambi, almeno il Dow Jones e lo S&P 500, dopo quattro rialzi consecutivi e un bilancio settimanale positivo.
L’attesa per l’esito delle elezioni in Grecia questo fine settimana ha contribuito al nervosismo, insieme ad alcune trimestrali meno positive del previsto. Il gigante delle spedizioni UPS, considerato un indicatore dell’economia, visto che opera in diversi settori, ha pubblicato risultati deludenti ed ha anche comunicato previsioni per l’anno in corso meno rosee di quelle elaborate dagli analisti.
Ancora presente sui mercati l’effetto delle decisione della Bce, con l’euro che e’ scivolato sui minimi di 11 anni ed e’ sceso brevemente sotto $1,12. La parità tra euro e dollaro sembra avvicinarsi, una sorpresa per Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che si aspettava una discesa meno repentina della moneta unica. Peter evidenzia che dall’ultimo intervento del Segretario al Tesoro Jack Lew, a supporto del dollaro forte, emerge la possibilità di un ritorno alla politica degli anni 90 dell’era Clinton per un super dollaro, anche come strumento politico.

Per quanto riguarda il QE della Bce, Peter ricorda che per vedere i primi risultati tangibili ci vorranno almeno 6-8 mesi ma nell’immediato funzionerà per far tornare fiducia sui mercati, che in Europa mancava da tempo. La produzione industriale tornerà  a crescere nei prossimi mesi e Peter spera di vedere presto anche i primi risultati nella lotta alla deflazione. Tutto dipenderà dal prezzo del petrolio, se continuerà a scendere sarà difficile combattere la deflazione e sarà un problema non solo per l’Europa ma anche per altre aree del mondo.

 

I dati economici pubblicati venerdì sono risultati ancora contrastanti, in linea con quanto visto nelle ultime settimane. La debolezza evidenziata dai recenti dati potrebbe apparire chiara nella prima rilevazione del Pil del quarto trimestre in arrivo in settimana. Secondo Peter l’economia americana e’ cresciuta ad un ritmo inferiore al 4%, tra il 3,5% e il 3,75%. Tuttavia ancora un’espansione robusta ma non accompagnata da inflazione, che darà quindi spazio alla Federal Reserve che potrà essere ancora paziente e aspettare per intervenire sui tassi di interesse. Attesa che sarà giustificata non solo dalla crescita Usa ma dalle prospettive di inflazione a livello globale, sottolinea Peter.

Oltre ai dati sul Pil, a dominare la settimana saranno anche le eventuali indicazioni e i commenti che arriveranno dalla riunione del FOMC. In realtà Peter non si aspetta molto dall’evento, sarà un nulla di fatto con la Fed che non indicherà la possibilità di un aumento dei tassi di interesse nel periodo aprile-giugno e quindi lascerà ancora un punto interrogativo sui mercati. Peter conferma le sua aspettative per un aumento del costo del denaro non prima del terzo trimestre di quest’anno.

 

Wall Street aspetta la decisione della Bce dopo la sorpresa svizzera

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Il recupero di venerdì ha aiutato gli ndici di Borsa americani ad interrompere la sequenza di ribassi che durava da cinque sedute ma non e’ riuscito ad evitare una chiusura settimanale negativa, la quarta consecutiva. La settimana e’ stata dominata da alcuni fattori in particolare come le oscillazioni del prezzo del petrolio, dai timori di deflazione globale e soprattutto dalla decisione a sorpresa della banca centrale svizzera di eliminare dopo tre anni il tetto al cambio con l’euro. Con l’avvicinarsi del quantitative easing da parte della Bce sarebbe stato impossibile sostenere un livello accettabile contro l’euro, sottolinea Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital. Che ritiene che la sorpresa svizzera possa essere di fatto l’anticipazione dell’arrivo del QE europeo, e si aspetta quindi l’annuncio questa settimana di un programma da $150 miliardi. Peter tuttavia ricorda che il quantitative easing, come dimostra anche l’applicazione qui negli Stati Uniti, non e’ un ingrediente miracoloso per l’economia almeno nel breve periodo. L’euro e’ diretto verso la parità – anche se non prima del terzo trimestre – con conseguente aumento delle esportazioni europee, ma anche se la deflazione tiene bassi i prezzi, senza occupazione e senza aumento dei salari non vedremo un aumento dei consumi, sottolinea Peter.

Un intervento da parte della Bce sembra quindi scontato ampiamente dal mercato e la vera sorpresa sarebbe solo un nulla di fatto. Saranno quindi, in mancanza di sorprese, soprattutto i risultati trimestrali a guidare la direzione dei listini azionari nel corso della settimana secondo Peter.