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A Wall Street indici entro una banda di oscillazione limitata fino a dopo il discorso di Yellen e risoluzione per la Grecia

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Seduta debole a Wall Street ed e’ chiara la presenza di una certa cautela tra gli operatori in attesa degli eventi di questa settimana e in attesa di conferma di una svolta in Europa per la Grecia in attesa della lista delle riforme la cui presentazione slitta a martedì.
E’ ancora la Grecia a dominare le decisioni degli operatori, mi dice Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Dopo la reazione euforica di venerdì a l’accordo raggiunto dall’UE per la Grecia, e il raggiungimento di livelli record in chiusura da parte di Dow Jones e S&P 500, il mercato ha digerito nel fine settimana le notizie e adesso aspetta la lista di riforme per la Grecia per valutare se l’accordo ci sarà davvero o no. Kenny ritiene che l’Europa non permetterà alla Grecia di uscire e Atene deciderà alla fine di non commettere un suicidio politico ed economico e acconsentirà ai termini europei.

Se la Grecia e’ il focus di oggi e’ anche perche’ gli operatori sono in attesa della testimonianza semestrale al Congresso del Presidente della Fed Janet Yellen su economia e politica monetaria e di possibili indicazioni differenti rispetto a quelle contenute nei verbali dell’ultima riunione della banca centrale pubblicati la settimana scorsa. Verbali che, dice Kenny, hanno allontanato per ora le aspettative di un intervento sui tassi di interesse in giugno, adesso forse più probabile tra agosto e settembre. E i dati contrastanti giunti la settimana scorsa hanno forse spinto le aspettative più vicino alla fine dell’anno.
Va ricordato, sottolinea Kenny, che anche un aumento molto contenuto dei tassi di interesse porterebbe ad un ulteriore rafforzamento del dollaro. Ed abbiamo già’ notato qualsi siano stati gli effetti del dollaro forte fino ad ora sui conti delle multinazionali americane. per questo motivo la Federal Reserve dovra valutare attentamente, e comunicare con precisione al mercato, non solo di quanto alzerà i tassi di interesse ma a quale ritmo continuerà a farlo. Tutto questo per evitare di spaventare in mercato che, non avendo riferimenti storici, non e’ in grado di prevedere gli effetti di una strategia di uscita della banca centrale americana.

Kenny vede come resistenza di breve periodo 2110, ovvero il livello di chiusura di venerdì. Secondo Kenny fino a che non avremo chiarezza sul futuro della Grecia e fino a dopo la testimonianza di Janet Yellen, il mercato si muoverà entro una banda di oscillazione limitata con supporto a quota 2090 per lo S&P 500.

Settimana record dai bassi volumi a Wall Street, in attesa della testimonianza di Janet Yellen

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Euro in recupero e chiusura sui massimi – e su livelli record – per l’azionario americano alla fine della settimana, grazie alla spinta arrivata dalle notizie relative ad un accordo in Europa per la Grecia che prevede la proroga di 4 mesi per gli aiuti. Il primo record dell’anno per il Dow Jones e già il terzo per lo S&P 500, movimenti tuttavia non sostenuti dai volumi, che sono risultati molto bassi per l’intera settimana. Non e’ una sorpresa, solitamente gli scambi sono limitati nei giorni che seguono il President’s Day.
Secondo Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, il mercato e’ meno preoccupato per il futuro della Grecia che per la situazione in Ucraina e per la tregua molto fragile. Peter sottolinea che sia Atene che l’Europa non vogliono un’uscita della Grecia dall’euro sia per le conseguenze per la Grecia stessa che per la pericolosa creazione di un precedente per le altre economie periferiche.

Il mercato ha quindi guardato all’estero per l’intera settimana ed ha ignorato le indicazioni economiche contrastanti giunte dagli Stati Uniti. Che, sottolinea Peter, cementano le aspettative per un intervento sui tassi in settembre o verso la fine dell’anno. Peter si aspetta un cambiamento della politica monetaria della Fed quest’anno ma non prima del terzo trimestre. Aspettative che quindi confermano ancora una volta che non c’e’ alternativa a questo mercato azionario, la stagione di trimestrali, seppur non stellare, conferma la crescita degli utili. Teoria che porta Peter a pensare che lo S&P 500 arriverà a toccare 2125-2150 già nelle prossime settimane, forse nel corso della prossima settimana, visto il numero di dati economici in arrivo e il discorso semestrale al Congresso su economia e politica monetaria del Presidente della Fed Janet Yellen.
Nel corso della testimonianza Janet Yellen ribadirà quello che la banca centrale ha già indicato negli ultimi mesi, ovvero che la Fed e’ pronta ad intervenire sul costo del denaro ma che ci sono ancora diversi problemi da affrontare, dalle tensioni geopolitiche alla Grecia, all’effetto, seppur transitorio, dell’apprezzamento del petrolio. E’ preoccupante tuttavia, sottolinea Peter, l’ancora basso livello di inflazione, come evidenziato dagli ultimi dati arrivati in settimana, soprattutto alla luce del pericolo deflazione che incombe ancora sull’Europa.
La direzione dell’Europa sarà parte integrante della decisione della Fed sui tassi. Peter ritiene che una volta che la Fed vedrà chiari segnali di recupero in Europa quest’anno – con il Pil che tornerà positivo – sarà pronta ad alzare i tassi. Quindi forse nel terzo o nel quarto trimestre, crisi geopolitiche permettendo, sottolinea ancora Peter.

Grexit meno probabile, Wall Street tenta un recupero dopo due ribassi consecutivi

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Tentano un recupero gli indici di Borsa americani dopo due sedute consecutive di ribassi. Con la stagione di trimestrali agli sgoccioli e in mancanza di dati economici importanti – almeno fino alla fine della settimana – l’attenzione degli operatori e’ tutta rivolta verso le trattative tra Europa e Grecia. Come nota Kenneth Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, negli ultimi giorni gli investitori si sono preoccupati per la situazione in Grecia e non necessariamente perché ritengono che vedremo un’implosione ma perché destabilizza e riporta a galla ricordi della crisi del 2009 e del 2010.
Le recenti flessioni sono state tuttavia piuttosto contenute, un segnale che il mercato, seppur sia incerto sulle possibili conseguenze immediate di una nuova crisi, pensa che sia la Grecia che l’Europa non vogliano un’uscita del Paese dall’Unione. E se il mercato davvero ipotizzasse una Grexit sarebbe più sotto pressione al momento, sottolinea Kenny.

Preoccupazioni che quindi potrebbero compensare l’ottimismo innescato dalle operazioni della Bce e quindi riportare investimenti verso il mercato americano? Vedremo quali delle due forze emergerà, dice Kenny, se l’ottimismo per gli stimoli o la paura Grexit, in ogni caso il 2015 sarà l’anno dell’Europa, sarà la destinazione di gran parte degli investimenti. E lo vediamo già dai guadagni dell’azionario in Europa rispetto a quelli dell’azionario americano nelle prime settimane del nuovo anno.

Le notizie in arrivo dalla Grecia domineranno il mercato per il resto della settimana anche se gli operatori guarderanno con attenzione ai dati sulle vendite al dettaglio e alle richieste di sussidio di disoccupazione in arrivo nei prossimi giorni. Soprattutto dopo i dati positivi del mercato del lavoro di gennaio arrivati la settimana scorsa. Dati che non cambiano le aspettative di Kenny relative all’intervento della Fed sui tassi. Non bastano infatti ad anticipare un aumento dei tassi con l’inflazione ancora debole (e non solo negli Stati Uniti). La Federal Reserve, dice Kenny, monitorerà l’inflazione, e non solo l’occupazione, per decidere la tempistica di una revisione al rialzo del costo del denaro. Un aumento quest’anno e’ scontato arriverà pero’, secondo Kenny, solo alla fine dell’estate, in agosto, e la chiave allora per il mercato sarà se l’economia sarà davvero pronta a tassi di interesse più alti.

Quindi fino al raggiungimento di una certa stabilita’ della situazione Grecia in Europa il mercato azionario non guarderà molto ad altri fattori anche se le tensioni geopolitiche – soprattutto il peggioramento della crisi in Ucraina – potrebbero portare ulteriore pressioni.

Dopo i dati positivi sull’occupazione il prossimo focus per i mercati la testimonianza di Yellen al Congresso a fine mese

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Venerdi’ e’ stata una seduta volatile per la Borsa americana con gli indici che hanno chiuso in territorio negativo e invertito direzione nell ultime fasi di contrattazione dopo che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha ridotto la valutazione sul debito della Grecia a B- da B ed h indicato che lo terra’ sotto osservazione per ulteriore revisione al ribasso, in caso di deterioramento delle prospettive per il Paese. Una decisione che arriva dopo che la Bce in settimana ha annunciato che non accetterà più titoli di stato greci come collaterale. Indicazioni che hanno quindi eclissato quelle positive arrivate dall’economia che mostramno la tenuta del (lento) recupero del mercato del lavoro nonostante il rallentamnto economico globale.
L’economia americana ha creato il mese scorso 257 mila nuovi posti di lavoro, oltre le previsioni, e i dati relativi ai mesi di novembre e dicembre sono stati rivisti al rialzo e riflettono quindi una creazione di occupazione più marcata rispetto ai calcoli precedenti. Il tasso di disoccupazione e’ lievemente aumentato al 5,7% dal 5,6% per effetto della ritorno di molti americani disoccupati alla ricerca di un lavoro. Ma la componente del dato che ha sorpreso positivamente di più e’ quella relativa ai salari che ha mostrato un aumento dello 0,5% – in parte dovuto al ritocco al rialzo del salario minimo in circa 20 Stati. Un fattore molto positivo, commenta Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, perché indica un aumento del potere di acquisto del consumatore. Il caro dollaro inciderà quest’anno negativamente sull’attività’ manifatturiera e saranno probabilmente i consumi a sostenere la crescita economica secondo Peter. Anche se il rapporto sull’occupazione alimenta le aspettative per un aumento dei tassi di interesse da parte della Fed in giugno, Peter conferma la sua previsione per un aumento del costo del denaro in settembre o forse alla fine dell’anno perché’ nonostante l’economia americana continui a crescere, restano sotto pressione le economie di altre aree del mondo. Il pericolo deflazione si allontana negli Stati Uniti, ma resta in Asia e in Europa, e la situazione sempre più critica in Ucraina – per ora ignorata dal mercato – potrebbe diventare un fattore destabilizzante. Il prezzo del petrolio intanto e’ tornato a salire e in settimana ha guadagnato il 7,2% fermandosi venerdì $51,69 il barile. Secondo Peter il prezzo del greggio ha toccato i minimi e anche se non tornerà presto tra $70 e $80 lo vedremo tra $45 e $55, un livello che basterà a contenere l’inflazione globale.

Il dollaro non supererà molto i livelli attuali e secondo Peter il Dollar Index arriverà a 95,5, non lontano da livelli toccati recentemente, e siamo sui massimi. Nei confronti dell’euro invece Peter pensa che non scenderà al di sotto di 1,10 e non crede che vedremo la parità quest’anno.

La prossima settimana il mercato guarderà’ ad alcuni dati economici importanti, tra cui quelli sulle vendite al dettaglio, sui prezzi alla produzione e l’indice preliminare di febbraio sulla fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan. L’evento più atteso del mese sarà la presentazione semestrale su economia e politica monetaria del Presidente della Federal Reserve Janet Yellen al Congresso, la prima davanti al nuovo Congresso a maggioranza repubblicana. L’intervento e’ previsto per il 24 febbraio, davanti alla Commissione bancaria del Senato e il giorno dopo davanti alla Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti.

L’effetto Bce supporta anche Wall Street ma torna la cautela alla fine della settimana

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Venerdì gli indici di Borsa americani hanno oscillato intorno alla parità per gran parte della seduta per poi virare con decisione al ribasso nell’ultima ora di scambi, almeno il Dow Jones e lo S&P 500, dopo quattro rialzi consecutivi e un bilancio settimanale positivo.
L’attesa per l’esito delle elezioni in Grecia questo fine settimana ha contribuito al nervosismo, insieme ad alcune trimestrali meno positive del previsto. Il gigante delle spedizioni UPS, considerato un indicatore dell’economia, visto che opera in diversi settori, ha pubblicato risultati deludenti ed ha anche comunicato previsioni per l’anno in corso meno rosee di quelle elaborate dagli analisti.
Ancora presente sui mercati l’effetto delle decisione della Bce, con l’euro che e’ scivolato sui minimi di 11 anni ed e’ sceso brevemente sotto $1,12. La parità tra euro e dollaro sembra avvicinarsi, una sorpresa per Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che si aspettava una discesa meno repentina della moneta unica. Peter evidenzia che dall’ultimo intervento del Segretario al Tesoro Jack Lew, a supporto del dollaro forte, emerge la possibilità di un ritorno alla politica degli anni 90 dell’era Clinton per un super dollaro, anche come strumento politico.

Per quanto riguarda il QE della Bce, Peter ricorda che per vedere i primi risultati tangibili ci vorranno almeno 6-8 mesi ma nell’immediato funzionerà per far tornare fiducia sui mercati, che in Europa mancava da tempo. La produzione industriale tornerà  a crescere nei prossimi mesi e Peter spera di vedere presto anche i primi risultati nella lotta alla deflazione. Tutto dipenderà dal prezzo del petrolio, se continuerà a scendere sarà difficile combattere la deflazione e sarà un problema non solo per l’Europa ma anche per altre aree del mondo.

 

I dati economici pubblicati venerdì sono risultati ancora contrastanti, in linea con quanto visto nelle ultime settimane. La debolezza evidenziata dai recenti dati potrebbe apparire chiara nella prima rilevazione del Pil del quarto trimestre in arrivo in settimana. Secondo Peter l’economia americana e’ cresciuta ad un ritmo inferiore al 4%, tra il 3,5% e il 3,75%. Tuttavia ancora un’espansione robusta ma non accompagnata da inflazione, che darà quindi spazio alla Federal Reserve che potrà essere ancora paziente e aspettare per intervenire sui tassi di interesse. Attesa che sarà giustificata non solo dalla crescita Usa ma dalle prospettive di inflazione a livello globale, sottolinea Peter.

Oltre ai dati sul Pil, a dominare la settimana saranno anche le eventuali indicazioni e i commenti che arriveranno dalla riunione del FOMC. In realtà Peter non si aspetta molto dall’evento, sarà un nulla di fatto con la Fed che non indicherà la possibilità di un aumento dei tassi di interesse nel periodo aprile-giugno e quindi lascerà ancora un punto interrogativo sui mercati. Peter conferma le sua aspettative per un aumento del costo del denaro non prima del terzo trimestre di quest’anno.

 

Wall Street aspetta la decisione della Bce dopo la sorpresa svizzera

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Il recupero di venerdì ha aiutato gli ndici di Borsa americani ad interrompere la sequenza di ribassi che durava da cinque sedute ma non e’ riuscito ad evitare una chiusura settimanale negativa, la quarta consecutiva. La settimana e’ stata dominata da alcuni fattori in particolare come le oscillazioni del prezzo del petrolio, dai timori di deflazione globale e soprattutto dalla decisione a sorpresa della banca centrale svizzera di eliminare dopo tre anni il tetto al cambio con l’euro. Con l’avvicinarsi del quantitative easing da parte della Bce sarebbe stato impossibile sostenere un livello accettabile contro l’euro, sottolinea Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital. Che ritiene che la sorpresa svizzera possa essere di fatto l’anticipazione dell’arrivo del QE europeo, e si aspetta quindi l’annuncio questa settimana di un programma da $150 miliardi. Peter tuttavia ricorda che il quantitative easing, come dimostra anche l’applicazione qui negli Stati Uniti, non e’ un ingrediente miracoloso per l’economia almeno nel breve periodo. L’euro e’ diretto verso la parità – anche se non prima del terzo trimestre – con conseguente aumento delle esportazioni europee, ma anche se la deflazione tiene bassi i prezzi, senza occupazione e senza aumento dei salari non vedremo un aumento dei consumi, sottolinea Peter.

Un intervento da parte della Bce sembra quindi scontato ampiamente dal mercato e la vera sorpresa sarebbe solo un nulla di fatto. Saranno quindi, in mancanza di sorprese, soprattutto i risultati trimestrali a guidare la direzione dei listini azionari nel corso della settimana secondo Peter.

Energia ancora sotto pressione a Wall Street in attesa delle trimestrali

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Subito dopo una partenza al rialzo gli indici di borsa americani sono passati in territorio negativo e il Dow Jones, prima di recuperare, perdeva circa 140 punti. La continua discesa del prezzo del petrolio, oggi sotto i 47 dollari il barile, e’ uno dei motivi della debolezza dei listini, sottolinea Kenny Polcari, direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Goldman Sachs ha ridotto le previsioni sul prezzo del petrolio per l’anno in corso portandole a $47,15 da $73,75 il barile ed ha indicato che un greggio a quota $40 avrà le conseguenze negative sull’industria petrolifera statunitense su cui conta l’Opec. Kenny tuttavia pensa che la debolezza sui mercati sia dovuta anche alla cautela da parte degli investitori che hanno avuto il fine settimana per digerire i dati sul mercato del lavoro e realizzare che la mancata crescita dei salari compensa, almeno in parte, la sorpresa positiva della creazione di nuovi posti di lavoro e ci ricorda ancora la debolezza sottostante dell’occupazione statunitense. Non necessariamente indicativa di un rallentamento economico ma che mette in dubbio la percezione di un recupero del mercato del lavoro, almeno al ritmo auspicato dall’amministrazione americana. La qualità dei posti di lavoro creati e’ ancora un problema, dice Kenny, e continuerà ad esserlo soprattutto perché quest’anno entra in vigore per le imprese l’obbligo, previsto da Obamacare, di fornire l’assicurazione sanitaria a tutti i dipendenti full time. Un fattore che porta le aziende a creare posti di lavoro part time per eliminare i costi legati alla copertura sanitaria, sottolinea Kenny.

Non e’ bastato quindi agli investitori guardare all’Europa dove continuano le speculazioni relative alle operazioni che la Bce lancerà alla fine del mese. Qui negli Stati Uniti il consenso sembra essere per un possibile aumento dei tassi di interesse da parte della Fed nel corso in estate, nonostante ci sia ancora chi sconti un intervento in primavera. Kenny nota la reazione del mercato della settimana scorsa dopo le dichiarazioni di Evans della Fed di Chicago – relative ad uno scenario ideale di tassi di interesse fermi fino al prossimo anno – molto seguite perché lo stesso Evans e’ percepito come uno dei leader all’interno della banca centrale americana. Kenny non crede che la deflazione sia un pericolo imminente per gli Stati Uniti ma senza dubbio se continueremo a vedere dati economici contrastanti e debolezza nell’andamento dei prezzi allora la Federal Reserve prendere con molta cautela le proprie decisioni e Janet Yellen si rileverà molto paziente nel prendere posizioni sui tassi di interesse.

Vedremo probabilmente cautela sull’azionario intanto nelle prossime sedute prima di entrare nel vivo della stagione degli utili. Che anche Kenny stima che sarà in linea con le attese, che ormai scontano gli effetti del dollaro forte e dei ribassi del greggio, e le uniche sorprese potranno arrivare dalle previsioni delle società per i prossimi trimestri soprattutto in base all’andamento delle economie in Europa e in Cina. L’effetto del greggio meno caro sarà chiaramente benefico per le società che operano nei settori industriale, trasporti, aerolinee e consumi e negativo per le società energetiche. Kenny tuttavia ricorda come gli economisti e i responsabili delle strategie avessero definito negativo per l’economia il greggio sui 110 dollari il barile e come stiano confermando adesso la stessa tesi con un petrolio sotto i 50 dollari. Kenny pensa che il petrolio sui livelli attuali sia positivo su tutti i fronti per l’economia americana, dato che l’impatto negativo e’ per ora chiaro solo sul settore energetico che nel corso del 2015 verra’ investito da una fase di consolidamento.

Petrolio, calo dei salari e timori terrorismo hanno determinato la direzione dell’azionario USA

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E’ stata una settimana volatile per gli indici di Borsa americani che si e’ conclusa con un movimento al ribasso per via di diversi motivi tra cui ancora il calo del prezzo del petrolio, i timori legati al terrorismo e la flessione dei salari che e’ emersa dai dati sul mercato del lavoro del Governo.
I numeri relativi ai salari hanno quindi eclissato almeno in parte l’effetto della creazione di occupazione superiore alle attese e del calo del tasso di disoccupazione. Calo ancora una volta legato al tasso di partecipazione che ha toccato in dicembre i minimi di 37 anni.
Una dinamica che non preoccupa molto Peter Cardillo, Chief Market Economist per Rockwell Global Capital, che sottolinea come la partecipazione sia mancata durate tutta la fase di recupero dell’occupazione perché e’ cambiata la struttura del mercato del lavoro americano con alcuni posti di lavoro persi per sempre. Non sono convinta che sia solo questo il motivo del calo del tasso di partecipazione dato che e’ anche vero che, se alcuni posti sono andati perduti per via dell’avanzamento tecnologico, altri sono stati creati in nuovi settori dell’economia – vedi Internet e biotech. La mancanza di un aumento dei salari ha preoccupato il mercato perché indica che l’inflazione resterà ancora sotto l’obiettivo della Federal Reserve.

La deflazione, secondo Peter, sarà il tema dominante sui mercati per i primi trimestri di quest’anno. Delfazione che e’ già arrivata in Europa e si teme un contagio a livello globale. Peter sottolinea come la preoccupazione sui mercati statunitensi non sia più legata i fondamentali economici ma al pericolo deflazione nel Paese.
Ha ragione Peter, sentiremo parlare di deflazione tante volte nei prossimi mesi e il primo importante riferimento arriverà dalla Bce che il 22 gennaio potrebbe annunciare il tanto atteso (dal mercato) piano di acquisto di asset che secondo speculazioni potrebbe essere intorno ai 500 miliardi di euro.
Qui negli Stati Uniti secondo Peter la Fed non aspettera’ ad intervenire sui tassi di interesse oltre il terzo trimestre perché l’economia continua a recuperare ad un ritmo regolare. Peter quindi non concorda con il Presidente della Federal Reserve di Chicago Charles Evans che ha recente auspicato un primo intervento non prima del 2016 proprio perché l’inflazione resterà inferiore all’obiettivo della stessa banca centrale americana fino al 2018.

La discesa del prezzo del petrolio, che per adesso non sembra fermarsi, complica ulteriormente la situazione. Peter e’ rimasto sorpreso dal movimento del greggio che, secondo le sue previsioni, si sarebbe dovuto fermare tra i $55 e i$60. Una discesa non giustificata dai fondamentali, aggiunge Peter, ma di natura esclusivamente politica, che si arresterà presto e lascerà spazio ad un recupero. Peter esclude quindi una flessione al di sotto dei $40 e senza dubbio non stima il raggiungimento dei $15 come ipotizzato invece da alcuni analisti.

La prossima settimana inizia ufficialmente la stagione di trimestrali che non entrerà nel vivo fino a quella successiva. Attenzione all’effetto del dollaro forte e del calo del petrolio sui conti ma soprattutto attenzione ad eventuali riferimenti alla difficile situazione in Europa da parte di amministratori delegati e direttori finanziari delle grandi multinazionali americane. Peter si aspetta una stagione di trimestrali ancora moderatamente positiva e sconta possibili delusioni da parte delle multinazionali per via dell’effetto dollaro forte. Il mercato tuttavia, conclude Peter, potrebbe non mostrare grosse reazioni alle trimestrali perché concentrato sul prossimo importante evento: la decisione della Bce del 22 gennaio.

 

La Grecia torna a spaventare i mercati e il Dow Jones perde oltre 300 punti

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Il petrolio scende sotto i $50 il barile per la prima volta in cinque anni e mezzo e trascina al ribasso il settore energetico e l’intero S&P 500. L’indice e’ in calo per la quarta seduta consecutiva – non accadeva da 13 mesi – e l’indice VIX della volatilità’ si apprezza del 20% fino ai massimi dal 17 dicembre scorso. Un inizio d’anno negativo che sembra dominato non solo dai ribassi del greggio ma anche dai rinnovati timori per il futuro dell’Europa con il mercato che teme di nuovo l’uscita della Grecia dall’Unione e l’euro che reagisce toccando i minimi di quasi nove anni.
Tensione sui mercati quindi, accentuata anche dalle attese per l’inizio della stagione di trimestrali la prossima settimana, come sottolinea Kenneth Polcari, Direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities. Gli analisti hanno già’ rivisto al ribasso le previsioni sugli utili adeguandole al movimento al rialzo del dollaro ma, dice Kenny, eventuali indicazioni in arrivo dagli amministratori delegati o dai direttori finanziari delle multinazionali su un eventuale impatto della situazione economica difficile in Europa potranno fare la differenza sui mercati.
Tanta anticipazione anche per l’attesa decisione della Bce a fine gennaio. Kenny ricorda le conversazioni tra gli operatori alla fine dell’anno in previsione di un intervento decisivo da parte della Bce che poi non si e’ mai materializzato ed ha provocato delusione sui mercati e poi un recupero. Mario Draghi ha infatti parlato di un intervento in gennaio e le speculazioni sulla tipologia dell’intervento stesso ha stabilizzato i mercati. Kenny tuttavia aggiunge che il peggioramento della situazione economica in Europa e la minaccia di un abbandono da parte della Grecia potrebbero rendere più’ difficile una decisione da parte della Bce o quantomeno potrebbero rendere meno efficace un intervento anche se aggressivo. Paure che si notano oggi sui mercati europei e di conseguenza anche su quelli statunitensi.

Qui negli Stati Uniti invece il mercato si prepara ad una crescita economica meno marcata negli ultimi tre mesi del 2014 rispetto al terzo trimestre. Verranno a mancare dal Pil gli ingenti investimenti in difesa da parte del Governo, riscontrati nel terzo trimestre, e l’atteso rallentamento dell’accumulo di scorte da parte elle aziende. Fattori che portano alcuni economisti a prevedere un Pil al 2%. Kenny si aspetta una crescita tra il 2,5% e il 3% ma se i dati dovessero mostrare un’espansione meno marcata potremmo notare un’altra ondata di risk off sul mercato con gli investitori che dovranno riadattarsi alle nuove stime. Il primo trimestre del 2015 sarà’ invece cruciale per i mercati non solo per via della decisione della Bce in gennaio ma anche per la riunione di marzo della Fed da cui potrebbero arrivare concrete indicazioni sul livello dei tassi di interesse.

Concentriamoci per ora sulle prime cinque sedute dell’anno che potrebbero determinare, secondo la teoria del “January Effect”, la direzione del mercato per il resto dell’anno, almeno se saranno confermate alla fine del mese. Se entro fine gennaio riusciremo a recuperare le perdite accumulate fino a questo momento allora il 2015 poitrebbe concludersi con un guadagno tra l’8% e il 10% secondo Kenny.

Questa settimana attenzione ai dati sul mercato del lavoro che arriveranno tra mercoledì (ADP) e venerdì (non-farm payroll) e potrebbero confermare ancora una volta una crescita di occupazione superiore alle 200 mila unita’. Un andamento positivo ma ad un certo punto sarà necessaria una creazione di circa 300 mila occupati ogni mese per riportare fiducia nell’economia nel 2015, sottolinea Kenny.

Recupero di fine anno per Wall Street..aspettando gennaio e la decisione della Bce

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Continua la fase di guadagni per la Borsa americana con i listini che hanno registrato la settimana scorsa le migliori tre sedute consecutive dal 2011, con un incremento del 5%. C’e’ chi parla di Santa Claus rally e secondo Kenneth Polcari, Direttore delle operazioni sul floor per O’Neil Securities, si tratta in parte anche della realizzazione che la situazione economica statunitense non stia cambiando, nonostante la flessione dei prezzi del petrolio, e che le banche centrali a livello globale sosterranno la crescita ancora per i prossimi mesi. Una realizzazione che ha quindi spinto gli indici a trovare un minimo da cui risalire con decisione e l’anno per la Borsa Usa, dice Kenny, terminerà positivamente con i listini sugli attuali livelli.

A dominare i mercati negli ultimi mesi, e probabilmente anche nei prossimi, sono le notizie relative alle oscillazioni del prezzo del petrolio. Dall’Arabia Saudita nel fine settimana sono arrivati riferimenti chiari ai Paesi produttori non-OPEC come la causa principale dei ribassi del prezzo del petrolio. Un movimento non del tutto negativo per gli Stati Uniti, Kenny cita un reportage della rivista Barron’s sulle nuove opportunità che si sono venute a creare per il settore energetico statunitense che sarà nel 2015 investito da una fase di operazioni di fusioni e acquisizioni sia a livello regionale che nazionale.

Il primo trimestre dell’anno sarà’ positivo secondo Kenny, che si aspetta un intervento da parte della Bce agli inizi di gennaio. Se Mario Draghi tuttavia non comunicherà niente di concreto allora vedremo tornare sui mercati nervosismo, volatilità e perdite, in particolare per quelli europei con conseguente spostamento di interesse verso il mercato americano. Quindi Kenny sottolinea che se la Bce decidesse di non agire ancora, la situazione sarebbe negativa per l’Europa e non necessariamente anche per gli Stati Uniti.

Superato lo scoglio Bce, secondo Kenny il mercato tornerà a focalizzare la propria attenzione sulla tempistica di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve. Kenny conferma le sue aspettative per un aumento dei tassi non prima dell’estate, visto che non ci sono i motivi per la Fed per agire prima. Quindi il mercato tornerà lentamente a concentrarsi sui fondamentali con conseguente aumento, almeno all’inizio, della volatilità, e poi un’adeguamento alla nuova realtà dopo anni di stimoli che porterà il 2015 a terminare con un guadagno tra il 10% e il 12%.

Buon Natale e Buon Anno a tutti!